Samuele Cavallo: «Recitando ho ritrovato mio padre. Dopo il no per Sanremo 2026, riparto dal consiglio di Carlo Conti»
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Lo ricorda come un fermo immagine: esce dal teatro e, fuori, trova suo padre in lacrime. Un riavvicinamento familiare che diventa punto di svolta nella carriera e chiave di lettura del suo percorso artistico. Samuele Cavallo, oggi attore noto al grande pubblico soprattutto per il ruolo in Un posto al sole, rifiuta le etichette e tiene insieme set e musica. Dopo il secondo posto a Tale e Quale Show e il “no” di Carlo Conti per Sanremo 2026, si è ritrovato ancora una volta davanti alla stessa domanda: come si riparte?
Salito sul nostro “vagone camerino”, ripercorre il viaggio dalla Puglia a Roma, dai provini al Teatro Sistina alla disciplina del musical a Milano. Un tragitto fatto anche di no e di silenzi, dello sconforto di sentirsi «un puntino nell’universo» e del un bisogno antico di farsi ascoltare. Oggi, nella famiglia, dice di aver trovato la sua fortezza. E di aver imparato a ripartire senza perdere il centro.
Come si definisce oggi Samuele Cavallo?
«Mi definisco un artista. E per me artista vuol dire alzarsi ogni mattina e accettare la scomodità del mestiere: imparare, rimettersi in discussione, crescere sul campo tra teatro, set e musica».
Da dove arriva questo bisogno che sente dentro?
«Credo nasca dalla necessità di essere ascoltato da bambino. Arriva dal rapporto con mio padre: aveva una voce bellissima, ma non l’ha mai esercitata professionalmente. Lui mi ha preso molto superficialmente come figlio e questo mi faceva soffrire. La musica mi faceva sperare che un giorno papà potesse considerarmi, da bambino sognavo di fare un concerto con mio padre e colmare questa distanza».
Quando ha scelto di trasformare la passione in metodo e competenze?
«Quando decido di studiare e mi iscrivo a scuola. Mia madre mi ha messo fra le mani un pianoforte e mi piaceva mettere le mani in pasta un po’ ovunque. Studiavo musica e scrivevo i primi spettacoli. In un contesto di paese, trovare il consenso del pubblico e sentirmi dire che ero bravo mi ha fatto capire che anche recitare è una cosa che mi faceva stare bene».
Il primo salto vero è legato a Sergio Rubini. Che cosa le ha detto e cosa ha cambiato?
«Un giorno mio fratello mi ha portato a fare un provino per delle figurazioni per un film. L’aiuto regia di Sergio Rubini mi vede e mi dice che avevo una faccia interessante per il ruolo che stavano cercando. Ho improvvisato nel provino e hanno superato delle questioni burocratiche perché ero minorenne. Così mi sono trovato su un film importante prodotto da Fandango. Un giorno Rubini, sul set, si è girato verso di me e mi ha detto: “Samuele, tu devi andare via dalla Puglia e devi fare l’attore”. Torno a casa da mia madre e le dico che sarei andato a Roma per studiare».
Come ha vissuto il salto nella Capitale?
«Sono andato a vivere in una casa con dei militari alla Cecchignola perché era l’unico posto che mi potevo permettere. Non avendo soldi, ho cercato sempre l’opportunità di studiare gratis. La mattina chiamavo mia madre disperato perché mi sentivo un puntino nell’universo. Roma ti schiaccia se vieni da un paesino di 15 mila abitanti e ho vissuto una grande crisi. Mi sono sentito isolato, ma volevo tornare a casa e dire: “Ce l’ho fatta”».
Arriviamo poi al 2 giugno 2008, al Teatro Sistina, e succede qualcosa. Perché quel giorno è per lei uno spartiacque?
«Mia madre si fa otto ore di pullman da Carovigno, da casa mia, a Roma.
Io avevo però questo provino per lo spettacolo Poveri ma belli e lei allora si nasconde in galleria per aspettarmi. Canto davanti a Massimo Ranieri e si accende la fiamma. Dopo una serie di altri provini ottengo un piccolo ruolo nello spettacolo».
Un momento che segna il riscatto professionale ma anche il riavvicinamento con suo padre. Cosa rappresenta per lei?
«Al Sistina ho avuto il primo grande applauso e ho avuto un incontro importante con mio padre, dopo anni che non ci vedevamo e non ci parlavamo più. Gli mando un messaggio dicendogli che in un momento così importante di crescita mi sarebbe piaciuto che lui fosse stato in platea per me. Non mi risponde, passa un mese e, quando quella sera esco, me lo ritrovo davanti alla porta che piange come un pazzo. Non ho ritrovato un padre, ma forse ho scoperto un amico. Ho sentito un orgoglio che prima non c’era e che cambia la postura emotiva con cui vivi tutto il resto».
Il musical la porta fino a Milano: che cosa le dà come artista?
«Milano rappresenta la seconda tappa della mia vita. Quell’anno ebbi veramente la fortuna di vincere diversi provini per i musical e quello per Priscilla aveva questa produzione enorme: si parlava di un investimento di 8 milioni di euro per uno spettacolo. Mi ha dato disciplina e standard, entri in un sistema dove la tenuta quotidiana conta quanto il talento. È una scuola di metodo, e anche un banco di prova emotivo. Non ho più toccato il cinema perché avevo ricevuto tanti “no” all’inizio ed ero un po’ scoraggiato».
Qual è la delusione che l’ha segnata di più?
«Il silenzio fa male più del rifiuto, quando vedi la gente sparire è peggio. Per il film sulla storia di Domenico Modugno mi dissero che ero perfetto e sembravo lui da giovane, poi non ne seppi più nulla. Mi sono sentito una persona senza nome e cognome, come una mattonella vicino a un’altra uguale. Il teatro è stata la mia ancora di salvezza, insegnandomi la precarietà e la ripartenza. Quando finisce, devi ridarti da fare per avere un’altra scrittura».
C’è un episodio tecnico che definisce la sua “Bibbia”: il provino della sigaretta. Perché?
«Mi ero rivolto a un agente per tornare a fare cinema e lui mi aveva detto di rifare a casa dei ruoli di serie TV e film diversi da riprendere in un minuto. Chiamo il mio amico videomaker, prendo costumi di vario genere e produco sette video diversi, da Mon Roi a Vikings. Tra questi c’era una scena di un film di mafia dove fumavo una sigaretta. Sbagliavo perché facevo vedere che aspiravo mentre avrei potuto non farlo. Perché mi ha insegnato che non basta fare un gesto: devi pensare davvero da personaggio. Da lì ho capito che dovevo rompere le maschere e riorientare le energie nel modo giusto. Mi serviva fare un altro scatto. Dopo tre mesi mi arriva il provino per un cantante pianista di “Samuele Cavallo” e pensavo fosse uno scherzo».
Il terzo stop è stato legato al Covid, che ha paralizzato il mondo del teatro e del cinema.
«È stato un nuovo inizio, ma l’ho vissuto in due perché la mia compagna, che conoscevo da pochi mesi, era venuta a vivere da me. Con il lavoro, ho ripreso da dove avevo cominciato e sono tornato nei villaggi come direttore artistico al Tanka Village, in Sardegna. Mi sono divertito tantissimo e a settembre scopro che mi avrebbero richiamato per Un posto al sole e sarebbe ripartito il mio personaggio».
Un posto al sole, lo sguardo internazionale e l’effetto “famiglia”: che cosa l’ha sorpresa di più?
«Mi ha sorpreso vedere fin dove arriva l’affetto del pubblico, anche fuori dall’Italia, anche in contesti dove ti senti nessuno. La cosa più assurda è successa in America, dove ero andato per un festival che si chiama New York Canta. Vado al MoMA ed entro in un bar. Al centro di Manhattan mi fermava la gente per chiedermi delle fotografie. Per me è importante fare parte di questa grande famiglia che ha fatto parte della storia della serialità italiana e che il pubblico vive come un rito quotidiano».
Che cosa le resta dopo il secondo posto ottenuto nell’ultima edizione di Tale e Quale Show?
«Anche le imitazioni si legano a mio padre ed è tutta colpa di Fiorello, perché ascoltavamo in radio questo CD di Viva Radio 2 con Marco Baldini quando io avevo 6 anni. Io ho iniziato a giocare con le voci, poi con gli amici mi divertivo a fare quelle di Marco Carta, Califano e i nostri compagni di classe. Già nel 2024 avevo cercato di fare un provino. Tale e Quale Show mi ha lasciato un banco di prova sulla duttilità e la possibilità di stare dentro un varietà con disciplina settimanale. Mi ha colpito la macchina umana del programma e mi sono sentito a mio agio nel proporre idee e personaggi. Se devo trovare un limite, avrei voluto più sincerità nel voto tra colleghi. L’esibizione più bella che ho fatto è stata Mengoni, mi sarebbe piaciuto fare Tiziano Ferro ma anche Claudio Villa. Tutti mi dicono che somiglio a lui da giovane e ho un sogno nel cassetto di fare un biopic su di lui».
Oltre che attore, lei oggi si ripropone come cantante. Da dove parte e dove è arrivato?
«Non posso nascondere che è stato mio padre a trasmettermi l’amore per la musica. Battisti è stato il primo cantante che ho ascoltato in macchina con mio padre. Mi piaceva Califano e la grande musica di Baglioni. L’unica raccolta di musica inglese che aveva mio padre erano i Queen, ma con il tempo ho iniziato ad amare la musica angloamericana. Oggi sono un nerd tra ritmi, accenti e battute».
Crescendo è arrivata anche sua figlia: come ha vissuto la genitorialità alla luce del suo rapporto con il padre?
«Non mi vergogno ad ammettere che la prima cosa che mi sono chiesto è se volevamo tenere o no il bambino. Avevo paura di non farcela e di non poterle garantire il futuro che un figlio merita. Quando alla prima ecografia ho visto l’immagine mi sono sciolto e questo pensiero è andato via. Ho una compagna che mi aiuta tantissimo. Abbiamo costruito una fortezza: è il carburante con cui oggi affronto anche i “no”. Come padre mi do un sette, sto cercando di vivermi dei momenti con mia figlia che so poi non torneranno più».
L’ultimo no che ha ricevuto è quello di Carlo Conti per Sanremo 2026: come lo ha accolto?
«Il “no”, se arriva con delle motivazioni, può diventare una guida. Dieci anni fa Carlo Conti, sempre rifiutando una mia proposta per Sanremo, mi ha detto: “Il sogno va coltivato e mai rincorso”. L’ho preso come una Bibbia e sono arrivato a fare Tale e Quale Show. Quest’anno mi ha detto che gli era piaciuto il brano, ma che si aspettava probabilmente qualcosa che andasse più sul sociale o che fosse una grande canzone autoriale. Nel cassetto ho già altri brani che farò scoprire nel tempo. Oggi lo vivo come uno spunto per crescere: scrivo, produco e lavoro meglio».
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