La Camera vota per scongiurare lo shutdown, ma il prezzo politico esplode sull’ICE
A una sola settimana dalla scadenza che avrebbe potuto paralizzare di nuovo Washington, la Camera dei Rappresentanti ha scelto la strada della responsabilità istituzionale e insieme quella dello scontro politico, approvando un pacchetto di stanziamenti da 1.200 miliardi di dollari e spedendolo al Senato, dove ora si consumerà la parte più delicata della partita. Formalmente è un voto per evitare lo shutdown, nella sostanza è una fotografia brutale del clima che domina il Congresso, con una maggioranza repubblicana compatta e un Partito democratico diviso tra l’esigenza di tenere aperto il governo e la pressione della propria base, sempre più insofferente verso le politiche migratorie dell’amministrazione Trump.
I quattro provvedimenti approvati finanziano quasi tutta la macchina federale, dal Pentagono alla Sanità, dall’Istruzione ai Trasporti, e tre di questi hanno raccolto un consenso ampio e bipartisan. Il quarto, quello dedicato al Dipartimento per la Sicurezza Interna, è diventato invece il terreno di uno scontro durissimo. È passato comunque, con 220 voti favorevoli e 207 contrari, grazie ai Repubblicani e a una manciata di Democratici, appena sette, che hanno deciso di rompere la linea del partito. Il pacchetto complessivo che include, tra l’altro, l’aumento salariale del 3,8% per i militari è stato approvato con un margine molto più ampio, 341 a 88, a dimostrazione di quanto il nodo non sia la spesa in sé ma il significato politico del finanziamento all’ICE.
Negli ultimi mesi l’agenzia per l’immigrazione è diventata per i Democratici il volto di una repressione che considerano fuori controllo, soprattutto dopo le operazioni condotte nell’area di Minneapolis, dove sono stati schierati oltre 2.000 agenti e dove un agente dell’ICE ha ucciso a colpi d’arma da fuoco Renee Good, madre di tre figli. È su questo sfondo che la leadership democratica alla Camera, da Hakeem Jeffries a Katherine Clark fino a Pete Aguilar, ha annunciato l’opposizione al disegno di legge sulla Sicurezza Interna, accusando la Casa Bianca di aver tradito la promessa di concentrarsi sui criminali violenti e di aver invece colpito cittadini americani e famiglie di immigrati rispettosi della legge. “I soldi dei contribuenti vengono usati impropriamente per brutalizzare i cittadini statunitensi, incluso il tragico omicidio di Renee Nicole Good. Questo estremismo deve finire”, hanno scritto in una dichiarazione congiunta.
Il dissenso è stato così forte da travolgere anche Rosa DeLauro, la deputata democratica del Connecticut che quel testo lo aveva negoziato, costretta alla fine a votare contro il suo stesso lavoro. “È impossibile ignorare l’impatto che la condotta dell’ICE ha avuto sulla stesura di questo disegno di legge. Si tratta di un’agenzia fuori controllo. È necessario imporre vincoli sostanziali. Durante i negoziati li abbiamo proposti, ma i nostri colleghi repubblicani si sono rifiutati di includerli quasi tutti”, ha detto in Aula. Altri interventi sono stati ancora più duri, con Betty McCollum che ha parlato di cittadini “rapiti dalle loro comunità”, Jerrold Nadler che ha rifiutato di finanziare “un’agenzia che agisce come una Gestapo americana” e Katherine Clark che ha denunciato “la vendetta politica di un presidente vendicativo”.
Eppure, dentro questo testo così contestato, qualcosa i Democratici sono riusciti a strappare. Il provvedimento mantiene sostanzialmente invariato il livello di spesa annuale per l’ICE rispetto all’anno scorso, limita la possibilità per la segretaria alla Sicurezza Interna Kristi Noem di spostare fondi a piacimento, stanzia 20 milioni di dollari per le bodycam degli agenti dell’ICE e della Customs and Border Protection, impone al Dipartimento aggiornamenti mensili al Congresso sull’uso dei fondi e prevede maggiore formazione sulla de-escalation e più supervisione sui centri di detenzione. “Non è tutto ciò che volevamo. Volevamo più controllo. Ma non controlliamo la Camera, non controlliamo il Senato, non controlliamo la Casa Bianca. Eppure, siamo riusciti ad aggiungere almeno un po’ di controllo al Dipartimento per la Sicurezza Interna”, ha spiegato con realismo il deputato Henry Cuellar.
I Repubblicani hanno difeso il testo con toni opposti, rivendicando di aver fatto il loro dovere nel garantire la sicurezza nazionale.
Ora tutto passa al Senato, che dovrà fondere i vari testi e approvarli entro il 30 gennaio per evitare il blocco parziale del governo, in un clima reso ancora più teso da una tempesta di neve prevista su Washington nel fine settimana. Anche lì i Democratici saranno messi davanti allo stesso bivio: votare un finanziamento che non soddisfa le loro richieste sul controllo dell’ICE o assumersi la responsabilità politica di uno shutdown. Sullo sfondo resta un dato che pesa come un macigno, l’ICE ha già ricevuto decine di miliardi attraverso le leggi simbolo dell’amministrazione Trump e continuerebbe comunque a operare anche in caso di mancati nuovi stanziamenti, mentre a pagare il prezzo di uno shutdown sarebbero soprattutto agenzie civili e programmi di assistenza, dalla FEMA alla TSA.
Il voto della Camera ha evitato il precipizio immediato, ma ha lasciato intatta, anzi più visibile, la frattura morale e politica che attraversa il Congresso e il Paese. Lo shutdown, per ora, è rimandato. Lo scontro sul senso stesso dell’azione dello Stato federale, no.